Picbreeder è una piattaforma online (lanciata nel 2008 e rilanciata nel 2020), co-creata da Ken Stanley, che utilizza algoritmi evolutivi per generare immagini. Gli utenti selezionano le varianti visive che preferiscono, le quali evolvono in nuove generazioni attraverso le CPPN (Compositional Pattern Producing Networks). Il progetto dimostra una forma di creatività collaborativa tra esseri umani e intelligenza artificiale basata sull’evoluzione interattiva.
Ken Stanley, Picbreeder, 2008 / 2020
Ken Stanley, Picbreeder, 2008 / 2020
Ken Stanley, Picbreeder, 2008 / 2020
Foto di Stefano Mattea e Matteo Catania, Hubove Studio
L’archetipo della Protocol Art: una scultura fisica a forma di plantoide che può essere impollinata dagli esseri umani. I Plantoid generano un’opera d’arte generativa basata sull’interazione con il pubblico e la registrano come NFT, assegnandola all’impollinatore umano. Quando un Plantoid raccoglie fondi sufficienti per riprodursi, la sua DAO (Decentralized Autonomous Organization) apre una call for proposals e le persone possono presentare proposte su come realizzare il Plantoid successivo.
Successivamente, i proprietari dei semi digitali del Plantoid (ovvero gli NFT) possono votare le proposte che preferiscono. Una volta selezionata la proposta vincitrice, il Plantoid trasferisce i fondi all’artista scelto, che viene di fatto “assunto” dal Plantoid per creare una nuova copia di sé stesso.
Esistono diverse versioni del progetto; l’esempio presentato in mostra è Plantoid 13.
Primavera De Filippi, Plantoid, 2015 - ongoing
Primavera De Filippi
Primavera De Filippi, Plantoid, 2015 - ongoing
Foto di Joan Porcel Studio e Matteo Catania, Hubove Studio
Questo cortometraggio olografico impiega neurotecnologie sperimentali, tra cui hyperscanning, EEG, risonanza magnetica funzionale (fMRI), intelligenza artificiale e Neuralink, per mettere in scena una conversazione senza parole tra menti multiple. Concepita come una forma di telepatia resa possibile dal digitale, l’opera immagina uno spazio precedente al linguaggio, in cui gli esseri umani si incontrano attraverso una connessione neurale diretta anziché tramite la rappresentazione, superando il linguaggio verbale e la visione. Sviluppato in collaborazione con il neuroscienziato Adam Horowitz del MIT, Antoine Bellemare, Philipp Thölke e diversi laboratori di neuroscienze impegnati nello studio della mente collettiva ed estesa, il progetto si ispira alla biosemiotica e al concetto di “mindspace”, un campo multidimensionale di menti possibili dotate di differenti capacità di apprendimento, memoria e coscienza.
Utilizzando l’hyperscanning per registrare simultaneamente l’attività cerebrale di più partecipanti, il sistema cattura segnali neurali che vengono elaborati da un algoritmo di intelligenza artificiale e trasformati in forme tridimensionali in continua evoluzione. Stati preverbali come affetto, sensazione, dolore, gioia ed esperienza del colore vengono tradotti in strutture olografiche dinamiche. Progettato per favorire la sincronizzazione tra i partecipanti, il sistema crea un circuito di feedback in cui la comunicazione avviene come allineamento neurale piuttosto che come scambio di messaggi. L’ologramma risultante diventa una manifestazione visiva di più cervelli che comunicano attraverso dinamiche neurali condivise. Wordoid esplora forme di intelligenza prelinguistica e ipotizza futuri modi di comunicazione non verbale, interrogandosi sulla possibilità di sperimentare direttamente cosa significhi essere un’altra entità e offrendo uno sguardo su forme di soggettività collettiva, menti estese e trasformazioni della coscienza umana.
Phantomatics
2026
Il cortometraggio Phantomatics esplora la convergenza tra linguaggi artificiali e l’esperimento mentale degli “zombie filosofici” — entità fisicamente identiche all’uomo, ma prive di coscienza. Realizzata in collaborazione con Gašper Beguš, linguista computazionale della UC Berkeley, l’opera impiega un’intelligenza artificiale addestrata su vasta scala per generare idiomi inediti, ciascuno caratterizzato da una specifica grammatica, fonetica e identità cromatica. Sullo schermo, voci sintetiche declamano frammenti di manuali linguistici, affiancati da trascrizioni fonetiche e traduzioni. Decontestualizzate, queste frasi assumono una qualità perturbante, evocando il tentativo di una macchina — o di un bambino — di apprendere il linguaggio. Il titolo omaggia la “fantomatica” di Stanisław Lem, prefigurando realtà artificiali in cui linguaggi autonomi si evolvono in assenza di parlanti umani.. Queste entità sintetiche sussistono in un vuoto, orfane di quel tessuto sociale necessario alla genesi del linguaggio e dell’identità stessa.
Agnieszka Kurant
Agnieszka Kurant e Hans Ulrich Obrist
Agnieszka Kurant, Phantomatics, 2026
Agnieszka Kurant, Wordoid, 2025
Foto di Joan Porcel Studio e Matteo Catania, Hubove Studio
Not the Only One (N'TOO) è il memoir multigenerazionale della famiglia afroamericana dell’artista, raccontato dalla “mente” di un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Si tratta di un’entità IA interattiva basata sulla voce, progettata, addestrata e sviluppata in sintonia con i bisogni e gli ideali delle comunità nere e brown, storicamente sottorappresentate nel settore tecnologico. Questa entità è concepita per riflettere e perseguire gli obiettivi della propria comunità attraverso il machine learning, un ambito dell’informatica che consente ai computer di apprendere senza essere esplicitamente programmati, dando vita a una nuova forma di archivio automatizzato. N’TOO non solo assume l’aspetto e produce dati derivati dall’esperienza della blackness, ma sarà anche progettata e programmata da noi.
Voyager è un’installazione audio interattiva che guida i partecipanti attraverso stati ipnotici per creare un’esperienza artistica in quello spazio liminale tra percezione conscia e inconscia. Dopo essere entrato nella cabina sensoriale il visitatore viene invitato ad applicare dei sensori per il battito cardiaco e a scegliere da un menu di percorsi audioguidati, ciascuno dei quali rappresenta un approccio distinto alla consapevolezza alterata, attingendo al misticismo apofatico, alla deframmentazione neurologica e all’ipnosi ericksoniana. Ciò che unisce questi approcci è una convinzione condivisa: che il linguaggio parlato, usato con precisione, possa funzionare come codice di esecuzione al fine di generare un mondo interiore. La caratteristica innovativa di Voyager è che non utilizza immagini pur facendo parte di una mostra d’arte. In un campo in cui il visivo è stato a lungo dominante, la scommessa è che le immagini evocate ipnoticamente, emergendo dall’inconscio del partecipante stesso, possano essere più immersive, più individualizzate e in ultima analisi più toccanti di qualsiasi cosa potrebbe essere posta davanti ai loro occhi.
Voyager è coprodotto con il MAAT Museum of Art Architecture and Technology di Lisbona.
Trevor Paglen
Trevor Paglen, Voyager, 2026
Trevor Paglen, Voyager, 2026
Trevor Paglen, Voyager, 2026
Trevor Paglen, Voyager, 2026
Foto di Joan Porcel Studio e Matteo Catania, Hubove Studio